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sabato, 28 novembre 2009
Boris Karloff Blogathon | 23-29 Novembre 2009


 

La goccia d'acqua (I tre volti della paura, 1963) finisce con una delle più disturbanti immagini del cinema di Mario Bava: un lento inesorabile zoom verso i freddi occhi senza vita di Miss Chester.
Quando la pellicolà  arrivò alla AIP, Sam Arkoff e Jim Nicholson si aspettavano tutto tranne un film che lasciasse il pubblico seduto a fissare la morte in faccia.
"Nell'ultimo giorno di riprese arrivò un telegramma dall'America nel quale ci chiedevano di mitigare un po' i toni perchè il film era troppo terrorizzante" ricorda Bava.  "Figuratevi cosa si poteva fare in un solo giorno. E' il genere di cose che richiede almeno un mese!". L'ultimo giorno era stato quasi completamente dedicato alla sequenza in cui Karloff (Gorka) a cavallo porta via dal mondo dei vivi il nipote. I set erano stati ormai smantellati, era rimasto solo il cavallo finto. Cosa fare allora?
Quando Bava, fulminato da un'idea improvvisa, propose di mostrare, alla fine dell'episodio I wurdalak,  Karloff in groppa ad un cavallo di legno  la troupe si ribellò. Tuttavia questo non fu l'unico ostacolo che Bava dovette superare. Vi era un aspetto più pratico e probabilmente più serio da considerare: la salute di Boris.
 

Bava sapeva bene dei suoi problemi di artrite che gli rendevano difficile stare per lungo tempo in piedi, così aveva organizzato le riprese in modo che non dovesse lavorare per più di quattro ore al giorno.
Karloff, che al tempo aveva 76 anni, aveva già trascorso più tempo di quanto fosse consigliabile per la sua salute, in sella ad un cavallo bersagliato dal vento artificiale nell'intento di rendere più realistica la sua cavalcata.
Quando Bava, esitando, gli comunicò l'idea di un nuovo finale rimase sorpreso e spiazzato dall'entusiasmo dell'attore. "Karloff mi abbracciò" ricorda Bava "e mi disse che in mezzo a tante correnti d'aria, si sarebbe certamente preso una polmonite - magari sarebbe anche morto - ma non gli importava, perchè era la prima volta in vita sua che si divertiva così tanto". E così accadde. I tre volti della paura - nella versione italiana - si conclude con un piano ravvicinato di Gorka che cavalca, in solitudine, attrverso una foresta fitta di rami secchi.
Ad un tratto parte un dolly all'indietro che progressivamente mostra il set, disvelando l'inganno che si cela dietro ogni immagine catturata dalla macchina da presa. Un finale geniale che richiama il tema pirandelliano della connaturata ambiguità dell'arte e della realtà e che con beffarda autoironia smantella allegramente la fragile illusione sulla quale è basato tutto il film. Tutto il cinema.
Questa coda metacinematografica è ancora più interessante nella misura in cui prefigura il ruolo successivo di Karloff in Targets di Bogdanovich, dove sarà protagonista di una più approfondità riflessione sul rapporto tra cinema e realtà.
Inutile dire che alla AIP il modo in cui Bava aveva mitigato i toni troppo terrorizzanti della pellicola  non piacque affatto, tanto che decisero di costruire a tavolino una finale diverso, più canonico, utilizzando degli outtakes.
"It was a most amusing ending, really", dichiara Karloff alla rivista Castle of Frankenstein in un'intervista del 1966. "Sort of getting on this rocking horse and everything. The producers in Hollywood didn't like it, and they had been a very valid point. If there had been any suggestion of comedy in any of three stories, then this would have tied-in. But there was no suggestion whatsoever, and this would have come as such a shock that (they believed) it would have destroyed the film. I don't know  if they were right... (but) they know their market, they know their field very well, and they've been extremely considerate to me. I'm grateful to them."


E' evidente che Karloff amava quel finale, esattamente come Bava.  A conferma delle preoccupazioni di Karloff, effettivamente si prese una polmonite prima di lasciare Roma, dopo aver passato l'ultimo giorno di riprese su un set già di per se freddo, bombardato dei ventilatori in studio.
Per questo motivo I tre volti della paura non è mai stato l'argomento di conversazione favorito della vedova Karloff.
Bava adorava Boris e non smise mai di biasimarsi per le sue scelte, sentendosi in colpa non solo per la polmonite dell'attore ma anche per la sua successiva morte per enfisema diversi anni dopo, il 2 febbraio 1969.
"I destroyed Karloff's health" sosteneva ancora nel 1981, anno della propria morte. "I guess I wasn't a very good nursemaid."
Dal canto suo, nei rimanenti sei anni di vita , Karloff parlò di Bava e della loro collaborazione con grandissima ammirazione e rispetto. Del resto Christopher Lee ebbe a testimoniare:
I remember Boris, who did not praise lightly or easily, saying "I would do anything for Mario Bava - I love him!"
 

pubblicato da losteyeways alle 23:47
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categorie: attori, registi, storie del cinema


venerdì, 27 novembre 2009
Boris Karloff Blogathon | 23-29 Novembre 2009


 
A differenza di altri interpreti horror del suo periodo, i personaggi di Karloff  non esistono semplicemente come pure incarnazioni del male o dell'orrore.
Un aspetto fondamentale del suo approccio al genere era la sua forte repulsione verso il termine horror.
"E' una parola orribile, la parola sbagliata", commentò in un'intervista alla radio nel 1959.
"Il termine horror denota disgusto, ripugnanza" dichiarò. "Preferisco i termini terror o thriller per descrivere il genere che in qualche modo mi si da il merito di aver contribuito a definire".
Karloff notava come la descrizione grafica e dettagliata della violenza e della morbosità (horror) fosse nettamente meno efficace rispetto a ciò che l'immaginazione umana può creare se eccitata dalle sottigliezze del mistero e della suggestione (terror).
Nella sua introduzione a Tales of Terror (1943), un'antologia di racconti fantastici di vari scrittori, Karloff illustra la sua posizione al riguardo, facendo riferimento allo stile del suo autore preferito, Joseph Conrad:
"All my reading life I have been devoted to this great master of english prose. He too had the power of creating suspence and terror through suggestion. But he added one ingredient which drives his stories home. Compassion. He knew that compassion is the touchstone of our common humanity, and never fails to make us share and understand the sufferings of his characters persevering hopelessly but gallantly in an unequal struggle."
Prendendo ad esempio il racconto di Conrad Amy Foster, Karloff aggiunge:
"It has for its theme the essential loneliness of every human being, and is a masterpiece of understatement, and that's reason enough for me."
Il lavoro di Karloff come curatore per Tales of Terror impressionò positivamente la casa editrice World Publishing, così nel 1946 seguì la pubblicazione di And the Darkness Falls, una nuova antologia di ben sessantotto racconti di autori diversi per ognuno dei quali Karloff scrisse un'introduzione.
In questa pubblicazione, la vasta cultura letteraria e critica di Karloff risulta evidente. Scrisse anche una breve biografia per ogni autore arricchendola con le sue riflessioni sul modo di presentare e rendere il terrore in una storia.
Commentando Night Fears, una raccolta di racconti di L.P. Hartley, Karloff scrisse:
"In these he reveals a skill in word-economy, the ability to pack in a narrow space strikingly interesting studies of human nature, some cruel, some impish, a few rather humorous, but all of them touched with tenderness, smpathy and beauty."
Riguardo The Weird of Avoosi Wuthoqqan, un racconto di Clark A. Smith, Karloff scrisse:
"It fortunately does not suffer from the flood of rethoric with which other writers often bury their otherwise good material."
Il commento di Karloff a questi lavori letterari costituisce certamente una preziosa guida alla lettura delle sue caratterizzazioni e ne rivela sottigliezze, studiata misura  e profondità.

pubblicato da losteyeways alle 14:48
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categorie: attori, storie del cinema


giovedì, 26 novembre 2009
Boris Karloff Blogathon | 23-29 Novembre 2009


 
Coltivare fiori era uno degli hobby preferiti di Karloff, il quale a volte arrivava a mostrare una cura maniacale per il suo giardino. Charles Starrett, star del B-western  che interpretò l'antagonista di Karloff in The Mask of Fu Manchu (1932) ricorda:
I'll never forget, before we worked together in "The Mask of Fu Manchu", during the summer we had a terrible drought. Boris was making Frankenstein. I lived above him in Coldwater Canyon. One evening, I was driving home when I suddendly nearly drove my car into a ditch - there in the beautiful gared was the Monster itself, tenderly watering the roses. Boris was such a dedicated gardener, he was afraid he'd lose the roses to the heat, so had rushed home without taking off his makeup to catch them at sundown - the best time for watering... It was quite a sight.

pubblicato da losteyeways alle 17:21
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categorie: citazioni, attori, storie del cinema


domenica, 22 novembre 2009

Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Sesta puntata
Proseguiamo con la sesta puntata della guida al cinema di Edgar Allan Poe soffermandoci ancora sugli anni trenta,  che vedono l'opera dello scrittore e poeta americano incontrare il cinema exploitation ai suoi primi incerti passi.


 

Unheimliche geschichten (Richard Oswald, 1932)
Il film è opera del prolifico Richard Oswald, uno dei tanti espressionisti transfughi del nazismo e scopritore di Conrad Veidt e William Dieterle.
La trama è un curioso patchwork di racconti: The black cat e The system of doctor Tarr and professor Fether di Poe, e The Suicide Club di Stevenson.
Morder (cos'altro se non un mad doctor con un nome così?), interpretato da Paul Wegener, uccide la moglie troppo petulante ed oppressiva e ne mura il cadavere in cantina. Il suo crimine viene presto scoperto ed egli è costretto a fuggire. Catturato, viene internato in un manicomio, dove però riesce a sovvertire l'ordine costituito trasformando l'istituto in un "suicide club".
Vera e propria black comedy, la pellicola ha chiaro intento parodistico nei confronti dell'età aurea dell'espressionismo tedesco e si avvale di un Paul Wegener in forma smagliante. E' da molti considerato un vero e proprio classico dimenticato del cinema tedesco.

Maniac (Dwain Esper, 1934)
Conosciuto anche con il titolo Sex Maniac è un film diretto da Dwain Esper e scritto da Hildegarde Stadie. I due, marito e moglie, sono considerati a buon titolo i precursori del cinema exploitation americano. Ispirandosi in modo alquanto vago a The black cat e ancor più marginalmente a Murders in the Rue Morgue, narra le vicende di un ex attore di vaudeville, Don Maxwell, ricercato dalla polizia che finisce a fare l'assistente del solito mad doctor, il Dr. Meirschultz, il quale ha l'insana velleità di riportare in vita i cadaveri, preferibilmente di piacenti fanciulle. Quando però il folle scienziato pretende che Maxwell si tolga la vita per donare il proprio corpo alla scienza, questi lo uccide e ne prende il posto, camuffandosi con barba ed occhiali e sfruttando le sue capacità attoriali. Reciterà così bene da diventare ben più matto del dottore, ma non quanto il regista del film, che ardisce rappresentare gli eccessi di follia e i deliri del protagonista con inserti tratti da Häxan di Christensen e da Siegfried di Lang.
Il film venne pubblicizzato con la tagline "He menaced women with his weird desires!", solo un anno dopo i due avrebbero prodotto i due cult-movies Marihuana e Refeer madness.

The tell-tale heart (Brian Desmond Hurst, 1934)
Tratto dall'omonimo racconto di Poe, costituisce il debutto alla regia di Brian Desmond Hurst certamente più noto per il più tardivo Scrooge. Hurst scelse il racconto di Poe perchè "era materiale cinematografico eccezionale ed era di pubblico dominio, inoltre avrebbe certamente attirato l'attenzione". Benchè fosse una produzione indipendente e con un budget irrisorio - tanto che nel cast non vi era un solo attore professionista - il film fu accolto positivamente e giudicato tecnicamente notevole tanto che la recensione su Variety sentenziò che "la fotografia era un vero gioiello". Paradossalmente le ristrettezze del budget obbligarono il regista a supplire alla mancanza di adeguati effetti sonori ed all'esiguità di dialoghi con soluzioni visuali che arricchiscono il valore dell'opera: flash pittorici e fotografici dall'effetto allucinatorio, di singoli occhi, di teste mozzate, che richiamano chiaramente l'opera del pittore simbolista Odilon Redon.
 


 

The crime of Dr. Crespi (John H. Auer, 1935)
Ispirato molto liberamente al racconto Premature burial.
Il dottor Crespi aspetta con impazienza l'occasione per vendicarsi di Estelle, la donna che l'ha respinto per sposare il suo collega Stephen Ross, e il momento sembra finalmente arrivare quando la ragazza si reca da lui per supplicarlo di curare il marito gravemente malato. Crespi finge sollecita comprensione e, mascherando il proposito di sbarazzarsi dell'odiato rivale, gli inietta un siero di sua invenzione che induce uno stato di morte apparente. Creduto morto, Stephen viene sepolto, ma, quella notte stessa, i medici Arnold e Thomas, sospettosi sulle cause del decesso, decidono di riesumarne il corpo per praticare l'autopsia: il cadavere riacquista i sensi e Crespi, vedendoselo apparire di fronte, si suicida travolto dalla follia. Il mad doctor di turno è interpretato dal grande Von Stroheim e questo è sufficiente per rendere il film meritevole di una visione.

Der student von Prag (Arthur Robison, 1935)
Terza trasposizione cinematografica della Meravigliosa storia di Peter Schlemihl (1814) di Adalbert von Chamisso (ribadiamo che Poe non c'entra nulla) è un film del tedesco Arthur Robison, più noto per Ombre ammonitrici magistrale opera del 1922, classico dell'espressionismo, del kammerspiel e dell'erotismo. Il film in questione invece, pur essendo un'opera delicata ed elegante, non riesce ad eguagliare i suoi illustri predecessori.

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pubblicato da losteyeways alle 23:54
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categorie: libri, film, storie del cinema


lunedì, 26 ottobre 2009

Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Quinta puntata
In questa quinta puntata della guida al cinema di Edgar Allan Poe ci soffermeremo sugli anni trenta, ricchissimi di omaggi alla sua opera, ed in particolare sul primo vero e proprio ciclo cinematografico (una trilogia) a questi dedicato, unico vero caso prima delle produzioni AIP di Roger Corman.

Murders in the Rue Morgue (Robert Florey, 1932)
"I am an actor, not a scarecrow!" disse Lugosi rifiutando la parte della creatura in Frankenstein. Ma qualcuno sostiene che fu esautorato dal progetto dopo alcune disastrose prove di trucco, assieme al regista Robert Florey. Frankenstein poi entrò nella leggenda, grazie a Karloff e Whale. Lugosi e Florey finirono in questa interessante opera horror, che fonde il racconto originale con il neonato filone dei mad doctors.
In questo primo film della trilogia dedicata a Poe, il dottor Miracolo, degno precursore di Mengele, è un fervido sostenitore delle teorie darwiniane ed intende confermarle creando un ibrido uomo-scimmia con gran spreco di graziose fanciulle. Benchè l'adattamento del racconto sia molto fantasioso, il film ha un innegabile fascino obliquo, grazie alla ricostruzione evocativa e spettrale di una Parigi nebbiosa, stilizzata e un po' sghemba, alla magistrale fotografia espressionista di Karl Freund e non di meno grazie all'interpretazione efficace di Lugosi. Spulciando tra i credits si trova, sorprendentemente, un giovanissimo John Huston in veste di sceneggiatore. Tra i momemnti clou della pellicola, l'inseguimento finale sui tetti di Parigi: la bestia scala palazzi trascinando con se la bella. Vi ricorda qualcosa? Forse King Kong, che vedrà la luce solo un anno dopo.

The black cat (Edgar G. Ulmer, 1934)
Il racconto di Poe è solo un pretesto, se non puro marketing, per questa produzione Universal. Associare il nome del grande scrittore americano, alla coppia di astri nascenti dello horror cinematografico, sembrò al produttore Carl Laemmle una garanzia di sicuro successo a fronte di un investimento ridotto rispetto a produzioni precedenti: solo un terzo del budget di Dracula e Frankenstein. Ma quale miracolo opera la straordinaria personalità artistica di Edgar G. Ulmer!
Ulmer ha una cultura vasta e raffinata, ha studiato architettura, filosofia, ha lavorato come scenografo in Germania, con Max Reinhardt, nel Golem, in Metropolis con Fritz Lang, in Aurora con Murnau. E si vede.
La sontuosa messa in scena sovverte le convenzioni del modello old dark house: invece del solito castello gotico avvolto dalle nebbie, i malcapitati di turno vengono accolti in un'imponente costruzione di stupefacente modernità, fredda e lucida di mattoni in vetro, di scale in acciaio, di cromature e luci al neon. Un vero e proprio capolavoro della scuola Bauhaus. Persino l'interpretazione di Karloff viene piegata alla visione ultra-modernista di Ulmer: vestito in abiti neri, stilizzati, truccato ed acconciato in modo da accentuare spigolosità, angoli aguti, contrasti tra luce ed ombra, si muove al pari di un automa, come descritto minuziosamente nel copione. In una delle prime sequenze, dietro le tende di un'alcova "il busto di un uomo si alza lentamente, come fosse sollevato da fili invisibili, in posizione seduta", un po' come un novello Nosferatu futurista.
E c'è di più. Nonostante il film nasca sotto la rigida influenza del codice Hays, riesce a coagulare in un'atmosfera morbosa ed ambigua, situazioni e suggestioni già impensabili anche in una realtà produttiva pre-codice: dal satanismo, al sadismo, fino a suggerire neanche tanto velatamente innominabili pratiche necrofile e concludendosi con una scena di brutale scuoiamento che, pur suggerita da un raffinato gioco di ombre, conserva ad oggi il suo disturbante effetto.
Un gioiello, dunque, di oscura bellezza ed ancora fin troppo trascurato.

The raven (Lew Lander, 1935)
Nella trilogia ispirata (più o meno vagamente) a Poe questo  è certamente un film minore ed il confronto con il più riuscito Murders in the Rue Morgue e con il pregevole The black cat sarebbe più che impietoso.
I contatti con l'opera letteraria si limitano a superficiali richiami a The raven, di cui Lugosi declama qualche verso nell'incipit, e The pit and the pendulum. Ma è certamente nella messa in scena che la pellicola mostra i suoi limiti più evidenti, nella regia scolastica e senza guizzi che sviluppa la narrazione in modo convenzionale  fino ad un finale confusamente concitato che da solo non riesce a riscattare l'intera vicenda. Unico motivo di interesse è la prova dei due mattatori, Karloff e Lugosi: il primo a tratti efficace nel delineare la figura di villain  insieme vittima e carnefice, ma complessivamente defilato, offre una caratterizzazione di scarsa profondità ed è penalizzato dal make up poco riuscito del grande Jack Pierce, qui ai suoi minimi storici; il secondo, vero protagonista, è istrionico e debordante nel suo ritratto di mad doctor megalomane, ma spesso così sopra le righe da sfociare nella parodia. Ma si sa, anche per questo Bela Lugosi si ama. O si odia.

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pubblicato da losteyeways alle 14:58
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categorie: libri, film, storie del cinema