



(nella foto: Bruno Mattei, l'irriducibile del cinema bis italiano)
Ad un anno esatto dalla sua scomparsa non possiamo sottrarci dal tributare un sentito e doveroso omaggio a Bruno Mattei. I più, forse, si staranno chiedendo chi fosse costui, nella migliore delle ipotesi staranno storcendo il naso, ripensando a quali "capolavori" ci ha lasciato in eredità.
Mattei, già agli inizi degli anni '60 lavora come montatore, agli inizi degli anni '70 è in RAI ( si occupa della messa in onda di UFO e proprio a partire da alcuni episodi della fortunata serie realizzerà due film di montaggio) e solo dopo una lunga gavetta passerà dietro la macchina da presa con il film "Armida, il dramma di una sposa" nel 1970.
Prima di arrivare alla regia avrà attraversato la stagione d'oro del cinema italiano e tutti i generi del cinema popolare, dal peplum allo spaghetti western, dalla commedia all' horror. E' questa fruttuosa esperienza (non dimentichiamo che fu lui per molto tempo a curare le versioni italiane dei film di Jesus Franco) a segnare la sua carriera di regista orgogliosamente ed ostinatamente "di genere". Alfiere della produzione più smaccatamente "exploitation" è stato maestro nel realizzare pellicole a bassissimo costo (spesso con risultati, ahimè, equiparabili alle risorse impiegate), sfruttando di volta in volta il filone più in auge al momento: il nazi-porno, il mondo-movie, il genere women-in-prison, fino al filone degli zombie ed al cannibal-movie.
I suoi due film più noti agli appassionati di cinema bis, "Virus" (1980) e "Rats" (1984), sono rivelatori dell'idea di "cinema povero" portata avanti da Mattei: il primo montato utilizzando materiale video tratto dal film "Nuova Guinea, l'isola dei cannibali"; il secondo girato sfruttando, prima che venissero smontati, alcuni set di "C'era una volta in America".
E cosa dire del suo "Terminator 2" (1990) che riuscì incredibilmente a precedere l'uscita del film di James Cameron ?
Si può dire che l'essenza dell' opera di Bruno Mattei è il suo essere "cinema cannibale", vorace senza alcun ritegno, fino ad arrivare a cannibalizzare se stesso, come fa negli ultimi suoi film "straight to video" che includono sequenze di suoi lavori precedenti.
Un cinema, però, che trasuda amore incondizionato per il mestiere del fare film.
Perchè è questo che per Bruno Mattei era il cinema: un mestiere, da fare con passione, dedizione, ma anche in modo un po' scanzonato e con tanta autoironia, sempre con umiltà e cocciuta ostinazione, contro ogni difficoltà.
Oggi lo ricordiamo con affetto proprio per questa eroica determinazione che lo ha portato, negli ultimi anni della sua carriera, a ricoprire il ruolo di ultimo e solitario fautore del cinema bis italiano: con i suoi cannibali ed i suoi zombi risorti ormai fuori tempo massimo, che più che incutere terrore, fanno tenerezza.
(Qui di seguito è disponibile per la visione in streaming o per il download una video intervista a Bruno Mattei. Buon divertimento.)
Download: Intervista a Bruno Mattei
[ brunomattei.avi 83,4 mb, 7'27" ]

Ripensando alla recente visione di "Children of men" ci è sembrata una buona idea evidenziare, estraendole dal loro contesto, le due sequenze che nel film rivestono maggiore importanza sia per lo sviluppo della trama che per la realizzazione tecnica.
Per due buoni motivi: primo perchè sono due piani-sequenza bellissimi che meritano di essere rivisti ed analizzati; secondo perchè, vagando qua e là per il web, si leggono cose piuttosto divertenti...
Per intenderci: non ci sono piani-sequenza di venti minuti ne "I figli degli uomini"! E allora vediamo di chiarire di cosa stiamo parlando.
"L’espressione plan-séquence nacque in Francia intorno al 1950, quando André Bazin, nel realizzare la prima edizione del suo volumetto dedicato a Orson Welles, per cogliere appieno il linguaggio e lo stile del grande regista, avvertì la necessità di coniare un termine nuovo. Lo riprese qualche tempo dopo in alcuni importanti saggi, quindi nella seconda edizione del suo libro sul cineasta statunitense, scritta nel 1958, poco prima di morire. La traduzione italiana letterale di plan-séquence è 'inquadratura-sequenza’, ed evoca in modo efficace l’idea di un’inquadratura che coincide con la durata di una sequenza, ovvero di una sequenza interamente composta da una sola inquadratura, cioè da un solo piano (dal francese plan). Proprio questo è il significato che è stato infine assunto dall’espressione.
Bazin introdusse il termine per mettere a fuoco un’idea di regia – in particolare quella di Welles – volta a privilegiare la ripresa di un’azione in un’unica inquadratura, anziché la sua segmentazione in più inquadrature attraverso il montaggio, come avveniva nel cosiddetto découpage classico" ( fonte: Treccani).
Detto ciò, dovrebbe essere chiaro quindi che un vero "piano-sequenza" non contiene alcun punto di montaggio. Esattamente come i due esempi che possiamo vedere qui di seguito, il primo di quattro minuti, il secondo di ben sei minuti.
La visione è sconsigliata a chi non ha visto il film e non gradisce che gli siano rivelati elementi fondamentali della trama.
In questa sequenza vediamo il viaggio in auto, l'assalto alla stessa e la fuga che si conclude con l'uccisione di due poliziotti. Tutta l'azione è vista dall'interno dell'abitacolo fino a pochi secondi dalla conclusione, quando, con un incredibile coup de théâtre tecnico, l'occhio che si credeva confinato dentro l'auto segue Theo all'esterno, svelando un "trucco nel trucco" che strappa un silenzioso applauso.

Qui di seguito sono disponibili tre contributi audio che coprono l'intera partecipazione di Scavolini al festival reggino.
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Romano Scavolini - Parte I [ scavolini-a.mp3, 5.6 mb, 12'13" ] |
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Romano Scavolini - Parte II |
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Romano Scavolini - Parte III [ scavolini-c.mp3, 15.5 mb, 33'59" ] |

(nella foto: Elena Bouryka, che Dio la benedica)
(16 Aprile 2008)
I riflettori, le transenne, il tappeto rosso, mimano un'atmosfera da piccola, improbabile, Cannes dello Stretto. Non c'è ressa per fortuna, solo capannelli di gente ben vestita che attende l'arrivo degli ospiti. Qualcuno sfoggia un abito da sera iperbolicamente fuori luogo. Alle 21 è in programma un incontro con Diego Abatantuono, Mimmo Calopresti ed Elena Bouryka, condotto da madame Donatella Pompadour e Gianluca Curti, direttore artistico del festival.
Il saettare dei flash per strada annuncia l'arrivo degli ospiti: scorgo però solamente Abatantuono, imponente e dimesso nel suo look casalingo, che accenna saluti agli astanti prima di entrare in teatro. Di Calopresti e Bouryka nessuna traccia.
In compenso arriva, sorridente e con gli occhi spiritati, Rino Barillaro "the king of paparazzi". Questa volta però le foto le subisce. Il sindaco, Giuseppe Scopelliti, era invece già arrivato per l'accoglienza istituzionale: lui le foto le cerca. Sfoggia un look casual, da week-end a Villa Certosa, come ormai impone il manuale d'immagine della nuova destra catodica italiana. Una volta in teatro si consuma il consueto rito delle foto: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, autorità e VIP eterni simbionti mediatici. Scorro annoiato il programma: il titolo della rassegna di corti è "Video, dunque sono". Guardo il sindaco in posa plastica: è chiaro che lui lo sa.
Finalmente si alza il sipario ed entrano in scena i protagonisti della serata: i due conduttori, Diego Abatantuono e, a sorpresa, Rino Barillari. Nessuno si preoccupa di giustificare l'assenza di Calopresti e di Elena Bouryka. Ok, passi per Calopresti, ma Elena avremmo voluto ammirarla dal vivo. Invece ci propinano il baffuto ma simpatico Barillari ed i suoi divertenti aneddoti da reporter d'assalto. Ancora più gustosi i siparietti comici con Abatantuono, quest'ultimo nella parte del carnefice ed il paparazzo in quella della vittima. Il mattatore è ovviamente Diego. Istrionico, logorroico, ironico, si sente che ha attraversato trent'anni di cinema italiano e di cose da raccontare ne ha. Tra aneddoti e battute il tempo passa velocemente. Arrivano due signori in doppiopetto che sembrano uscire da un film di Dick Tracy. Abatantuono dal palco fa "Oh, è arrivata la madama", ma sono due assessori comunali giunti a consegnare le solite targhe, i soliti premi. Riprende così il rituale teatrino: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, pose plastiche. Tutto fa spot.
Sipario.
Scorrendo il programma delle giornate successive ho finalmente la triste certezza che il festival ha definitivamente tradito i suoi intenti originari ovvero - cito testualmente - "la riproposizione, il recupero e la rivalutazione di alcuni autori e opere rare del nostro cinema, soprattutto di genere". Questo Filmfest sembra lontano secoli - ma sono passati solo due anni - dalla retrospettiva su Fernando Di Leo, gli omaggi ad Alberto Grifi, Romano Scavolini, Paolo Gioli, dalla retrospettiva su cinema e design con lungometraggi degli anni '60 e '70, di Elio Petri, Marco Ferreri, Roberto Faenza, Franco Indovina, Franco Rossi. Altri tempi, che vedevano l'attiva ed illuminata collaborazione del locale Circolo del Cinema "Cesare Zavattini".
Oggi dobbiamo accontentarci di "Matrimonio alle Bahamas" e di Massimo Boldi, di Raoul Bova, di Federico Moccia. E di una retrospettiva (si, la chiamano così ) che non sa andare più indietro del 2006 ( "L'abbuffata" di Calopresti ) se escludiamo "Mediterraneo" che è del 1991.
Altri tempi, altro spessore culturale, probabilmente.
Quanto tempo è passato? Secoli.
Quanto dista "H2S" di Faenza da "Scusa ma ti chiamo amore" di Moccia? Milioni di anni luce.
Con queste amare riflessioni nella testa, il programma del festival in mano, la pipa ormai spenta in bocca, sono arrivato all'auto. A due passi c'è il cantiere di un lungo e minaccioso tapis-roulant che attraverserà, come una cicatrice metallica, il centro storico di Reggio Calabria. I lavori procedono a rilento, ogni tanto il cantiere si anima febbrilmente in corrispondenza di consultazioni elettorali o di altri eventi politicamente sensibili.
Tutto fa spot. I lavori pubblici, la cultura, il cinema.
Sipario.
(Qui di seguito è disponibile la registrazione completa dell'incontro tra Abatantuono ed il pubblico. E' possibile ascoltarla in streaming direttamente su questa pagina, utilizzando l'apposito web player, oppure scaricarla sul proprio computer utilizzando il link apposito. Buon divertimento.)
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Incontro con Diego Abatantuono [ rcfilmfest16apr2008.mp3, 47.74 mb , 52 min ] |