www.peepingtom.it - le strade perdute del cinema
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

 Subscribe in a reader



mercoledì, 02 dicembre 2009
Proprio ieri è morto Paul Naschy, attore forse sconosciuto ai più ma certamente noto agli appasionati di cinema bis. Naschy si può considerare a buon diritto uno dei padri del cinema horror iberico grazie alla sua quarantennale carriera, iniziata negli anni 60, che lo ha visto apparire in quasi un centinaio di pellicole.
Peeping Tom lo vuole ricordare con un estratto da una sua intervista del 2008, per la quale ringraziamo gli amici di Data. Adiòs Hombre Lobo!


 
Dopo tanti anni dedicati al genere fantastico e horror, che bilancio si sente di fare della sua carriera?

Credo che la mia carriera sia legata ad alcuni titoli molto interessanti, film che sono già nella storia del cinema e non solo del genere fantastico. Penso che molte di queste pellicole, come El retorno del hombre lobo, La bestia y la espada mágica, El jorobado de la morgue, El gran amor delcConde Drácula, El espanto surge de la tumba, Inquisición, El carnaval de las bestias o La marca del hombre lobo, siano ormai da considerarsi a buon diritto di culto e con esse ho avuto la fortuna di fare il giro del mondo. Tra i titoli non di genere fantastico citerei El huerto del francés, Madrid al desnudo, El francotirador. Per esempio, credo che El caminante sia una una riflessione molto personale sul mito del diavolo e sul romanzo picaresco spagnolo. E' senza dubbio uno dei miei lavori preferiti.
Cos'altro dire? Ho recentemente sentito e letto che io sarei uno dei padri del cinema del cinema fantastico spagnolo. Non so se è vero, però quarantadue premi internazionali mi danno certamente la sensazione di aver realizzato qualcosa durante la mia carriera. Quello che è certo è che stato un percorso irto di difficoltà e che il tempo darà il suo giudizio.

Quali sono i suoi rimpianti e di cosa è più orgoglioso?

Rimpiango di non aver colto le opportunità che i produttori americani mi hanno offerto in diverse occasioni. Avrei dovuto avere più coraggio ed intraprendere una strada che quasi sicuramente sarebbe stata più remunerativa e gratificante. Non è facile dire di cosa io sia più orgoglioso, però direi di essere stato un combattente e sicuramente un sopravvissuto. Ho lottato per ciò che amo e credo che questo definisca il senso di una carriera professionale, che si raggiunga o meno il successo.
 

foto dal film "El espanto surge de la tumba"  (Carlos Aured, 1973)

Waldemar Daninsky è il suo personaggio più importante. Ci dica quali sono i suoi film preferiti e quali sono le sue vette interpretative. Crede questo personaggio abbia ancora qualcosa da dire?

Credo che Waldemar Daninsky sia un'icona universale. E' stato protagonista di cinque capitoli irripetibili come La bestia y la espada mágica, El retorno del hombre lobo, La noche de Walpurgis, La marca del hombre lobo e El retorno de Walpurgis. Resta sempre qualcosa in più da dire, ma credo che riuscire a fare di un personaggio un mito lascia qualsiasi altro commento in secondo piano. Nonostante ciò la vita di Daninsky è stata difficile perché il cinema spagnolo non ha fatto nulla perché esistesse e perdurasse. Fortunatamente, tedeschi, giapponesi e americani non pensavano la stessa cosa e grazie a loro Waldemar vive. Per quanto riguarda le interpretazioni sono tutte il prodotto delle circostanze, della maturità e delle conoscenze di sceneggiatore, attore e regista.

Larry Talbot, León Carido e Waldemar Daninsky, tre personaggi classici della sua carriera. Quali somiglianze e quali differenze osserva tra questi?

Le differenze sono molte. Rispetto a Talbot, Waldemar è molto più esplicito, caratterizzato da una carica romantica ed erotica che a Talbot manca. Erano altri tempi. Rispetto a Leon Carido, c'è da considerare che il temperamento britannico è molto differente da quello latino e che la concezione sociale e religiosa è completamente diversa a tutti i livelli. Devo aggiungere che l'iconografia di Daninsky ha l'insolita caratteristica di mescolare lo stereotipo anglosassone con un'estetica più prossima a Goya e Solana che ad autori britannici o tedeschi. E poi, si, tutti e tre hanno in comune la luna piena.
 

foto dal film "El retorno del hombre lobo"  (Paul Naschy, 1981)
 
A parte Waldemar, quali sono i capitoli più memorabili della sua carriera? I personaggi fantastici o quelli realistici ?

Io metterei tra i più importanti l'assassino di Rojo sangre, lo sventurato Gotho di El jorobado de la morgue, il malefico Alaric de Marnac di El espanto surge de la tumba, il vampiro romantico di El gran amor del conde Drácula, senza dubbio il diavolo giocoso e burlone di El caminante. Di tutti i personaggi che ho interpretato, salvo qualche eccezione, conservo un ricordo vivo ed indelebile.

Potrebbe citarci le tre sequenze più memorabili dei suoi film?

E' una domanda molto difficile, ma ne citerò qualcuna: la lotta contro i ratti in El jorobado de la Morgue, la trasformazione in licantropo ne El retorno del hombre lobo, il combattimento contro la tigre in La bestia y la espada mágica, la scena patetica dei commedianti sconfitti in Rojo sangre, il ragazzo vigliacco in El huerto del francés, la crocifissione di El caminante... Da ogni film potrei estrarre una sequenza, ma andremmo troppo per le lunghe.

Quali sono gli ingredienti principali del cinema horror?

Credo che il cinema horror contenga degli elementii assolutamente imprescindibili, che sono: l'antieroe o comunque l'emarginato, la donna in tutte le sue sfaccettature e dimensioni (erotismo, bellezza, malvagità), la forza dirompente e liberatoria, la catarsi, l'intrigo, la magia, il romanticismo e l'eco delle antiche ed immortali storie di una volta. Il cinema horror moderno è molto tecnico, dispone di molti mezzi, ma spesso manca di magia, di anima. Preferisco sempre le vecchie storie raccontate alla luce tremolante di un fuoco acceso, piuttosto che la dimostrazione di capacità tecniche, fredda e ripetitiva. Credo che il cinema del terrore, senza il romanticismo, perda completamente la sua essenza.
pubblicato da losteyeways alle 16:29
permalink | commenti (1)
categorie: interviste, attori


mercoledì, 21 maggio 2008

(nella foto: Bruno Mattei, l'irriducibile del cinema bis italiano)

Ad un anno esatto dalla sua scomparsa non possiamo sottrarci dal tributare un sentito e doveroso omaggio a Bruno Mattei. I più, forse, si staranno chiedendo chi fosse costui, nella migliore delle ipotesi staranno storcendo il naso, ripensando a quali "capolavori" ci ha lasciato in eredità.
Mattei, già agli inizi degli anni '60 lavora come montatore, agli inizi degli anni '70 è in RAI ( si occupa della messa in onda di UFO e proprio a partire da alcuni episodi della fortunata serie realizzerà due film di montaggio) e solo dopo una lunga gavetta passerà dietro la macchina da presa con il film "Armida, il dramma di una sposa" nel 1970.
Prima di arrivare alla regia avrà attraversato la stagione d'oro del cinema italiano e tutti i generi del cinema popolare, dal peplum allo spaghetti western, dalla commedia all' horror. E' questa fruttuosa esperienza (non dimentichiamo che fu lui per molto tempo a curare le versioni italiane dei film di Jesus Franco) a segnare la sua carriera di regista orgogliosamente ed ostinatamente "di genere". Alfiere della produzione più smaccatamente "exploitation" è stato maestro nel realizzare pellicole a bassissimo costo (spesso con risultati, ahimè, equiparabili alle risorse impiegate), sfruttando di volta in volta il filone più in auge al momento: il nazi-porno, il mondo-movie, il genere women-in-prison, fino al filone degli zombie ed al cannibal-movie.
I suoi due film più noti agli appassionati di cinema bis, "Virus" (1980) e "Rats" (1984), sono rivelatori dell'idea di "cinema povero" portata avanti da Mattei: il primo montato utilizzando materiale video tratto dal film "Nuova Guinea, l'isola dei cannibali"; il secondo girato sfruttando, prima che venissero smontati, alcuni set di "C'era una volta in America".
E cosa dire del suo "Terminator 2" (1990) che riuscì incredibilmente a precedere l'uscita del film di James Cameron ?
Si può dire che l'essenza dell' opera di Bruno Mattei è il suo essere "cinema cannibale", vorace senza alcun ritegno, fino ad arrivare a cannibalizzare se stesso, come fa negli ultimi suoi film "straight to video" che includono sequenze di suoi lavori precedenti.
Un cinema, però, che trasuda amore incondizionato per il mestiere del fare film.
Perchè è questo che per Bruno Mattei era il cinema: un mestiere, da fare con passione, dedizione, ma anche in modo un po' scanzonato e con tanta autoironia, sempre con umiltà e cocciuta ostinazione, contro ogni difficoltà.
Oggi lo ricordiamo con affetto proprio per questa eroica determinazione che lo ha portato, negli ultimi anni della sua carriera, a ricoprire il ruolo di ultimo e solitario fautore del cinema bis italiano: con i suoi cannibali ed i suoi zombi risorti ormai fuori tempo massimo, che più che incutere terrore, fanno tenerezza.

(Qui di seguito è disponibile per la visione in streaming o per il download una video intervista a Bruno Mattei. Buon divertimento.)

Download: Intervista a Bruno Mattei
[ brunomattei.avi 83,4 mb, 7'27" ]


No video? Get the DivX Web Player for Windows or Mac



domenica, 04 maggio 2008

Ripensando alla recente visione di "Children of men" ci è sembrata una buona idea evidenziare, estraendole dal loro contesto, le due sequenze che nel film rivestono maggiore importanza sia per lo sviluppo della trama che per la realizzazione tecnica.
Per due buoni motivi: primo perchè sono due piani-sequenza bellissimi che meritano di essere rivisti ed analizzati; secondo perchè, vagando qua e là per il web, si leggono cose piuttosto divertenti...
Per intenderci: non ci sono piani-sequenza di venti minuti ne "I figli degli uomini"! E allora vediamo di chiarire di cosa stiamo parlando.
"L’espressione plan-séquence nacque in Francia intorno al 1950, quando André Bazin, nel realizzare la prima edizione del suo volumetto dedicato a Orson Welles, per cogliere appieno il linguaggio e lo stile del grande regista, avvertì la necessità di coniare un termine nuovo. Lo riprese qualche tempo dopo in alcuni importanti saggi, quindi nella seconda edizione del suo libro sul cineasta statunitense, scritta nel 1958, poco prima di morire. La traduzione italiana letterale di plan-séquence è 'inquadratura-sequenza’, ed evoca in modo efficace l’idea di un’inquadratura che coincide con la durata di una sequenza, ovvero di una sequenza interamente composta da una sola inquadratura, cioè da un solo piano (dal francese plan). Proprio questo è il significato che è stato infine assunto dall’espressione.
Bazin introdusse il termine per mettere a fuoco un’idea di regia – in particolare quella di Welles – volta a privilegiare la ripresa di un’azione in un’unica inquadratura, anziché la sua segmentazione in più inquadrature attraverso il montaggio, come avveniva nel cosiddetto découpage classico" ( fonte: Treccani).
Detto ciò, dovrebbe essere chiaro quindi che un vero "piano-sequenza" non contiene alcun punto di montaggio. Esattamente come i due esempi che possiamo vedere qui di seguito, il primo di quattro minuti, il secondo di ben sei minuti.
La visione è sconsigliata a chi non ha visto il film e non gradisce che gli siano rivelati elementi fondamentali della trama.

In questa sequenza vediamo il viaggio in auto, l'assalto alla stessa e la fuga che si conclude con l'uccisione di due poliziotti. Tutta l'azione è vista dall'interno dell'abitacolo fino a pochi secondi dalla conclusione, quando, con un incredibile coup de théâtre tecnico, l'occhio che si credeva confinato dentro l'auto segue Theo all'esterno, svelando un "trucco nel trucco" che strappa un silenzioso applauso.


No video? Get the DivX Web Player for Windows or Mac

Questa seconda sequenza è quella più prepotentemente realistica e ci porta nel vivo dell'azione, alle costole di Theo in un incredibile fuga tra esplosioni e proiettili vaganti fino al ritrovamento di Kee e della bambina.


No video? Get the DivX Web Player for Windows or Mac

In questo contributo video vediamo invece il "making of" delle riprese all'interno dell'auto. Pur chiarendo il procedimento che ha portato al sorprendente risultato, non svela però come si passi dalle riprese dentro l'auto a quelle all'esterno. E lasciamo la questione aperta, come piccolo quiz e spunto di discussione per i nostri lettori. Piano-sequenza vero o falso ?


No video? Get the DivX Web Player for Windows or Mac

pubblicato da losteyeways alle 15:52
permalink | commenti (4)
categorie: film, interviste, attori, registi


mercoledì, 23 aprile 2008

Il regista Romano Scavolini, ospite alla seconda edizione del Reggio Calabria Film Fest (7-11 giugno 2006), ha presenziato alla proiezione del suo più noto ed acclamato lungometraggio - A mosca cieca (1966) - e di una lunga anteprima del suo ultimo ambizioso lavoro, L'apocalisse delle scimmie, interamente girato in digitale. Generoso di aneddoti riguardanti la sua ormai leggendaria vita e la genesi dei suoi primi film, ha poi partecipato ad un lungo dibattito con il pubblico.
Qui di seguito sono disponibili tre contributi audio che coprono l'intera partecipazione di Scavolini al festival reggino.

Sono registrazioni rudimentali fatte da me con un piccolo registratore digitale e rimaste dimenticate per quasi due anni nel mio pc.
E' possibile ascoltarle in streaming utilizzando l'apposito web player di Splinder, oppure scaricarle utilizzando gli appositi link. Buon ascolto.

Romano Scavolini - Parte I
[ scavolini-a.mp3, 5.6 mb, 12'13" ]

Romano Scavolini - Parte II
[ scavolini-b.mp3, 1.5 mb, 3'26" ]

Romano Scavolini - Parte III
[ scavolini-c.mp3, 15.5 mb, 33'59" ]










pubblicato da losteyeways alle 16:05
permalink | commenti
categorie: eventi, interviste, download, registi


venerdì, 18 aprile 2008

(nella foto: Elena Bouryka, che Dio la benedica)

(16 Aprile 2008)
I riflettori, le transenne, il tappeto rosso, mimano un'atmosfera da piccola, improbabile, Cannes dello Stretto. Non c'è ressa per fortuna, solo capannelli di gente ben vestita che attende l'arrivo degli ospiti. Qualcuno sfoggia un abito da sera iperbolicamente fuori luogo. Alle 21 è in programma un incontro con Diego Abatantuono, Mimmo Calopresti ed Elena Bouryka, condotto da madame Donatella Pompadour e Gianluca Curti, direttore artistico del festival.
Il saettare dei flash per strada annuncia l'arrivo degli ospiti: scorgo però solamente Abatantuono, imponente e dimesso nel suo look casalingo, che accenna saluti agli astanti prima di entrare in teatro. Di Calopresti e Bouryka nessuna traccia.
In compenso arriva, sorridente e con gli occhi spiritati, Rino Barillaro "the king of paparazzi". Questa volta però le foto le subisce. Il sindaco, Giuseppe Scopelliti, era invece già arrivato per l'accoglienza istituzionale: lui le foto le cerca. Sfoggia un look casual, da week-end a Villa Certosa, come ormai impone il manuale d'immagine della nuova destra catodica italiana. Una volta in teatro si consuma il consueto rito delle foto: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, autorità e VIP eterni simbionti mediatici. Scorro annoiato il programma: il titolo della rassegna di corti è "Video, dunque sono". Guardo il sindaco in posa plastica: è chiaro che lui lo sa.
Finalmente si alza il sipario ed entrano in scena i protagonisti della serata: i due conduttori, Diego Abatantuono e, a sorpresa, Rino Barillari. Nessuno si preoccupa di giustificare l'assenza di Calopresti e di Elena Bouryka. Ok, passi per Calopresti, ma Elena avremmo voluto ammirarla dal vivo. Invece ci propinano il baffuto ma simpatico Barillari ed i suoi divertenti aneddoti da reporter d'assalto. Ancora più gustosi i siparietti comici con Abatantuono, quest'ultimo nella parte del carnefice ed il paparazzo in quella della vittima. Il mattatore è ovviamente Diego. Istrionico, logorroico, ironico, si sente che ha attraversato trent'anni di cinema italiano e di cose da raccontare ne ha. Tra aneddoti e battute il tempo passa velocemente. Arrivano due signori in doppiopetto che sembrano uscire da un film di Dick Tracy. Abatantuono dal palco fa "Oh, è arrivata la madama", ma sono due assessori comunali giunti a consegnare le solite targhe, i soliti premi. Riprende così il rituale teatrino: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, pose plastiche. Tutto fa spot.
Sipario.
Scorrendo il programma delle giornate successive ho finalmente la triste certezza che il festival ha definitivamente tradito i suoi intenti originari ovvero - cito testualmente - "la riproposizione, il recupero e la rivalutazione di alcuni autori e opere rare del nostro cinema, soprattutto di genere". Questo Filmfest sembra lontano secoli - ma sono passati solo due anni - dalla retrospettiva su Fernando Di Leo, gli omaggi ad Alberto Grifi, Romano Scavolini, Paolo Gioli, dalla retrospettiva su cinema e design con lungometraggi degli anni '60 e '70,  di Elio Petri, Marco Ferreri, Roberto Faenza, Franco Indovina, Franco Rossi. Altri tempi, che vedevano l'attiva ed illuminata collaborazione del locale Circolo del Cinema "Cesare Zavattini".
Oggi dobbiamo accontentarci di "Matrimonio alle Bahamas" e di Massimo Boldi, di Raoul Bova, di Federico Moccia. E di una retrospettiva (si, la chiamano così ) che non sa andare più indietro del 2006 ( "L'abbuffata" di Calopresti ) se escludiamo "Mediterraneo" che è del 1991.
Altri tempi, altro spessore culturale, probabilmente.
Quanto tempo è passato? Secoli.
Quanto dista "H2S" di Faenza da "Scusa ma ti chiamo amore" di Moccia? Milioni di anni luce.
Con queste amare riflessioni nella testa, il programma del festival in mano, la pipa ormai spenta in bocca, sono arrivato all'auto. A due passi c'è il cantiere di un lungo e minaccioso tapis-roulant che attraverserà, come una cicatrice metallica, il centro storico di Reggio Calabria. I lavori procedono a rilento, ogni tanto il cantiere si anima febbrilmente in corrispondenza di consultazioni elettorali o di altri eventi politicamente sensibili.
Tutto fa spot. I lavori pubblici, la cultura, il cinema.
Sipario.

(Qui di seguito è disponibile la registrazione completa dell'incontro tra Abatantuono ed il pubblico. E' possibile ascoltarla in streaming direttamente su questa pagina, utilizzando l'apposito web player, oppure scaricarla sul proprio computer utilizzando il link apposito. Buon divertimento.)

Incontro con Diego Abatantuono
[ rcfilmfest16apr2008.mp3, 47.74 mb , 52 min ]


 

pubblicato da losteyeways alle 16:03
permalink | commenti (3)
categorie: eventi, interviste, download, attori