


Benchè Doctor Who sia una delle serie più longeve della storia della televisione e, tra tutte, quella che più di ogni altra merita lo status di cult, in Italia non ha mai riscosso il successo che avrebbe meritato.
Forse per la scarsa permeabilità della RAI alle produzioni estere del tempo, forse per la sua natura innovativa e l'umorismo profondamente british, delle centinaia di episodi prodotti dal 1963 al 1987, ben poco è approdato sui teleschermi italiani.
La RAI trasmise nel 1980 solo parte della dodicesima stagione, con protagonista il quarto Dottore. Parte della tredicesima stagione fu trasmessa nell'ottobre dell'anno successivo.
Difatti i ricordi nostalgici degli estimatori di Doctor Who (me compreso), si limitano alla figura allampanata di Tom Baker con il suo cespuglio di capelli riccioluti e la sua lunghissima sciarpa.
Per rivedere il Dottore in Italia bisognerà attendere il 2005 e lo sviluppo travolgente delle piattaforme satellitari: Jimmy trasmette tutt'ora le nuove serie prodotte nel Regno Unito a partire dal 2005.
Ma delle serie classiche, ahimè, nemmeno l'ombra. L'unica speranza rimane il mercato dell'home video. Ma anche su quel fronte il Dottor Who non sembra godere di migliori fortune.
Nel 2007 l'etichetta DNC annuncia una serie di quattro cofanetti contenenti alcune delle primissime avventure con protagonista William Hartnell, riproposizione (con doppiaggio italiano) di episodi (e relativi, interessantissimi extra) già pubblicati sul mercato video britannico. Solo due cofanetti dei quattro annunciati vedranno la luce. Nel frattempo, infatti, la DNC fallisce vanificando i sogni digitali dei whovians italiani. I due cofanetti pubblicati sono ormai introvabili, persino su eBay.
Ed allora, che fare? Che alternative hanno gli appassionati italiani o chi, affascinato dal suo gusto retrò, volesse avventurarsi nel meraviglioso universo del Doctor Who?
L'unica soluzione è fare ricorso ai DVD pubblicati nel Regno Unito o sorvolare l'Atlantico per accaparrarsi le edizioni statunitensi. Tutte edizioni curatissime, filologicamente ineccepibili ai limiti del maniacale e ricchissime di contenuti speciali.
E' necessario armarsi, oltre che di carta di credito, anche di un po' di pazienza. E' facile difatti rimanere disorientati davanti alla mole di materiale video pubblicato, a volte incompleto, più spesso ordinato con criteri tematici piuttosto che cronologici che seguono l'evoluzione incerta e ondivaga del difficile recupero del materiale video originale.
Gran parte degli episodi delle prime stagioni è andata infatti perduta a causa della pragmatica abitudine in BBC di cancellare i nastri magnetici per un successivo riutilizzo. Così intere stagioni sono ormai perse per sempre, esistono avventure recuperate solo in tracce audio e ricostruite sovrapponendo foto di scena, episodi di cui sopravvivono registrazioni casalinghe o frammenti su pellicola.
Tutto materiale che, come reperti archeologici di una apparentemente lontanissima era analogica, continua ad essere raccolto ed amorevolmente catalogato (e pubblicato) da una casta sacerdotale da decenni votata al culto esoterico del Doctor Who.

In seguito a questa nuova passione vintage, forse un po' snob, è nato un nuovo, piccolo blog, che si propone come agile e (per forza di cose) disordinata enciclopedia nonchè contenitore dei più disparati materiali audio/video. Si intitola Doctor Whoniverse (http://doctorwhoniverse.tumblr.com). Seguitelo se volete essere contagiati, altrimenti statene alla larga.

L'america rurale, quella provincia americana popolata da famiglie antropofaghe e rednecks assassini, è così bizzarra che a volte è sufficiente l'arrivo di uno sprovveduto turista, meglio se con velleità amorose, per risvegliare i più indicibili orrori.
Il topo di città è un giovane di New York, la topa di campagna invece vive a Fly Creek, sperduto centro abitato la cui microeconomia si basa sull'allevamento di vermi da esca. All'arrivo del giovane una violenta tempesta abbatte un traliccio dell'alta tensione tanto da lasciare gli indigeni senza elettricità mentre migliaia di volt si riversano nel già verminoso terreno per dar vita ad una progenie di lombrichi assassini.
Benchè Squirm (ma quanto è brutto e fuorviante il titolo italiano?) sia facilmente collocabile nel prolifico filone "eco-vengeance" il cui capostipite è riconoscibile in The birds, la pellicola di Jeff Lieberman ha meriti che altri succedanei del film di Hitchcock certamente non hanno. Difatti i temi ecologisti sono qui assolutamente marginali, se non addirittura assenti: gli indigeni parlano di inquinamento, imputandolo ai mal tollerati turisti, ma esso ha più i connotati di una contaminazione razziale e morale. Non è l'ecosistema naturale ad essere minacciato, ma l'equilibrio e la purezza di un sistema di valori figlio del più retrivo puritanesimo.
C'è di più però. In tutto il film la vicenda, di per se banale, dei vermi carnivori si snoda parallelamente a quella amorosa che presenta, non solo i tentativi frustrati del ragazzo di concludere il corteggiamento e il duello amoroso con il rozzo rivale, ma anche le caratteristiche tipiche dell'intreccio edipico, in questo caso arricchito da una morbosa nota omosessuale.
In questo punto fondamentale risiede il merito di Squirm che, pur nella modestia dei mezzi impiegati, costituisce un utile strumento di lettura del modello hitchockiano: laddove gli attacchi violenti degli uccelli altro non sono che gli sfoghi esplosivi del super-io materno, qui sono le aggressioni dei viscidi ed incazzati anellidi a materializzare le tensioni sessuali represse che morbosamente si agitano e si contorcono (in inglese: to squirm) sotto il moralismo dell'istituzione familiare, appena un centrimetro sotto il verde della campagna americana.

Con il suo primo lavoro in digitale, Shinya Tsukamoto ci trascina nelle brumose e ctonie regioni dell'inconscio, per raccontarci, con una mirabile ellissi onirica, una storia di amore e morte.
Con un incipit kafkiano, che riamanda a taluni incubi claustrofobici del Poe più nero, ci ritroviamo sepolti vivi in una sorta di utero freddo e maligno, fatto di ferro e di cemento.
Senza memoria, senza passato, il dischiudersi spaesato di un occhio nell'oscurità sembra segnare l'attimo zero dell'esistenza umana, già carico delle crudeli promesse di dolore e morte.
In questo mediometraggio ritorna uno temi cari al regista di Tetsuo, cantore del coito tra la (nuova) carne ed il metallo (ma anche del rapporto conflittuale, cannibalico, tra uomo e metropoli), per colorarsi di inaspettate tinte metafisiche, nel suo mostrare - quasi beckettiano - l'impossibilità di dare un senso compiuto alla realtà.
L'uomo schiacciato nelle anguste intercapedini, incastrato contro tubi di metallo o chiodi acuminati, percosso da diabolici meccanismi di tortura, sperimenta la dolorosa necessità di vivere e di muoversi in un mondo infernale, diviso tra il sognante ritorno alle tiepide acque del brodo primordiale e la disperata ricerca di una via di fuga, di una nuova nascita.
Un unico flebile baluginio di speranza: l'altro.
L'amore, unico appiglio anche se incerto, transitorio, mortale, distruttivo.
Una mano stringe delicatamente l'altra, un uomo ed una donna guardano dalla finestra.
Il barlume di un ricordo amato. Fuochi d'artificio brillano al di sopra del paesaggio gelido.

Nel 1973 Peter Bogdanovich, fallito il progetto di un western ad alto budget, scritto per John Wayne, Jimmy Stewart e Henry Fonda, dirige "Paper Moon", tratto dal romanzo "Addie Pray" di Joe David Brown .
Il film, nella stesura originale, si apriva con la piccola Addie che, seduta nel buio della sala a guardare un film con Shirley Temple, riceve la notizia della morte della madre. Un incipit, poi scartato, che riassume ed assieme celebra la passione del regista per il cinema classico.
C'è il cinema "Dream" che proietta "Il battello pazzo" di John Ford e come nel road-movie fordiano "Furore", c'è l'automobile che attraversa il paesaggio rurale, piatto e depresso come l'America degli anni 30, in una via crucis di continue deviazioni (Deviare - dice Moses Pray - non dobbiamo far altro che deviare); c'è lo spirito di Frank Capra ma inacidito dalla grande disillusione ed insensibile alle iniezioni di ottimismo del New Deal rooseveltiano; e c'è Addie Pray, la cugina incazzata di Shirley Temple, orfanella tabagista e cinica.
Il tutto è splendidamente fotografato dal quel maestro assoluto che fu László Kovács. Grazie ad un bianco e nero contrastato, ottenuto con il sapiente utilizzo di filtri rossi, ed all'uso della profondità di campo (in Paper Moon, tutto è a fuoco) l'occhio del regista, e quindi anche il nostro, si fa occhio spietato, lama affilata che disseziona il sogno americano: l'illusione di poter avere la luna. Ma sotto le potenti lampade ad arco del cinema, essa si rivela solo una luna di carta.