Boris Karloff Blogathon | 23-29 Novembre 2009
La goccia d'acqua (I tre volti della paura, 1963) finisce con una delle più disturbanti immagini del cinema di Mario Bava: un lento inesorabile zoom verso i freddi occhi senza vita di Miss Chester.
Quando la pellicolà arrivò alla AIP, Sam Arkoff e Jim Nicholson si aspettavano tutto tranne un film che lasciasse il pubblico seduto a fissare la morte in faccia.
"Nell'ultimo giorno di riprese arrivò un telegramma dall'America nel quale ci chiedevano di mitigare un po' i toni perchè il film era troppo terrorizzante" ricorda Bava. "Figuratevi cosa si poteva fare in un solo giorno. E' il genere di cose che richiede almeno un mese!". L'ultimo giorno era stato quasi completamente dedicato alla sequenza in cui Karloff (Gorka) a cavallo porta via dal mondo dei vivi il nipote. I set erano stati ormai smantellati, era rimasto solo il cavallo finto. Cosa fare allora?
Quando Bava, fulminato da un'idea improvvisa, propose di mostrare, alla fine dell'episodio I wurdalak, Karloff in groppa ad un cavallo di legno la troupe si ribellò. Tuttavia questo non fu l'unico ostacolo che Bava dovette superare. Vi era un aspetto più pratico e probabilmente più serio da considerare: la salute di Boris.

Bava sapeva bene dei suoi problemi di artrite che gli rendevano difficile stare per lungo tempo in piedi, così aveva organizzato le riprese in modo che non dovesse lavorare per più di quattro ore al giorno.
Karloff, che al tempo aveva 76 anni, aveva già trascorso più tempo di quanto fosse consigliabile per la sua salute, in sella ad un cavallo bersagliato dal vento artificiale nell'intento di rendere più realistica la sua cavalcata.
Quando Bava, esitando, gli comunicò l'idea di un nuovo finale rimase sorpreso e spiazzato dall'entusiasmo dell'attore. "Karloff mi abbracciò" ricorda Bava "e mi disse che in mezzo a tante correnti d'aria, si sarebbe certamente preso una polmonite - magari sarebbe anche morto - ma non gli importava, perchè era la prima volta in vita sua che si divertiva così tanto". E così accadde. I tre volti della paura - nella versione italiana - si conclude con un piano ravvicinato di Gorka che cavalca, in solitudine, attrverso una foresta fitta di rami secchi.
Ad un tratto parte un dolly all'indietro che progressivamente mostra il set, disvelando l'inganno che si cela dietro ogni immagine catturata dalla macchina da presa. Un finale geniale che richiama il tema pirandelliano della connaturata ambiguità dell'arte e della realtà e che con beffarda autoironia smantella allegramente la fragile illusione sulla quale è basato tutto il film. Tutto il cinema.
Questa coda metacinematografica è ancora più interessante nella misura in cui prefigura il ruolo successivo di Karloff in Targets di Bogdanovich, dove sarà protagonista di una più approfondità riflessione sul rapporto tra cinema e realtà.
Inutile dire che alla AIP il modo in cui Bava aveva mitigato i toni troppo terrorizzanti della pellicola non piacque affatto, tanto che decisero di costruire a tavolino una finale diverso, più canonico, utilizzando degli outtakes.
"It was a most amusing ending, really", dichiara Karloff alla rivista Castle of Frankenstein in un'intervista del 1966. "Sort of getting on this rocking horse and everything. The producers in Hollywood didn't like it, and they had been a very valid point. If there had been any suggestion of comedy in any of three stories, then this would have tied-in. But there was no suggestion whatsoever, and this would have come as such a shock that (they believed) it would have destroyed the film. I don't know if they were right... (but) they know their market, they know their field very well, and they've been extremely considerate to me. I'm grateful to them."

E' evidente che Karloff amava quel finale, esattamente come Bava. A conferma delle preoccupazioni di Karloff, effettivamente si prese una polmonite prima di lasciare Roma, dopo aver passato l'ultimo giorno di riprese su un set già di per se freddo, bombardato dei ventilatori in studio.
Per questo motivo I tre volti della paura non è mai stato l'argomento di conversazione favorito della vedova Karloff.
Bava adorava Boris e non smise mai di biasimarsi per le sue scelte, sentendosi in colpa non solo per la polmonite dell'attore ma anche per la sua successiva morte per enfisema diversi anni dopo, il 2 febbraio 1969.
"I destroyed Karloff's health" sosteneva ancora nel 1981, anno della propria morte. "I guess I wasn't a very good nursemaid."
Dal canto suo, nei rimanenti sei anni di vita , Karloff parlò di Bava e della loro collaborazione con grandissima ammirazione e rispetto. Del resto Christopher Lee ebbe a testimoniare:
I remember Boris, who did not praise lightly or easily, saying "I would do anything for Mario Bava - I love him!"
