
L'america rurale, quella provincia americana popolata da famiglie antropofaghe e rednecks assassini, è così bizzarra che a volte è sufficiente l'arrivo di uno sprovveduto turista, meglio se con velleità amorose, per risvegliare i più indicibili orrori.
Il topo di città è un giovane di New York, la topa di campagna invece vive a Fly Creek, sperduto centro abitato la cui microeconomia si basa sull'allevamento di vermi da esca. All'arrivo del giovane una violenta tempesta abbatte un traliccio dell'alta tensione tanto da lasciare gli indigeni senza elettricità mentre migliaia di volt si riversano nel già verminoso terreno per dar vita ad una progenie di lombrichi assassini.
Benchè Squirm (ma quanto è brutto e fuorviante il titolo italiano?) sia facilmente collocabile nel prolifico filone "eco-vengeance" il cui capostipite è riconoscibile in The birds, la pellicola di Jeff Lieberman ha meriti che altri succedanei del film di Hitchcock certamente non hanno. Difatti i temi ecologisti sono qui assolutamente marginali, se non addirittura assenti: gli indigeni parlano di inquinamento, imputandolo ai mal tollerati turisti, ma esso ha più i connotati di una contaminazione razziale e morale. Non è l'ecosistema naturale ad essere minacciato, ma l'equilibrio e la purezza di un sistema di valori figlio del più retrivo puritanesimo.
C'è di più però. In tutto il film la vicenda, di per se banale, dei vermi carnivori si snoda parallelamente a quella amorosa che presenta, non solo i tentativi frustrati del ragazzo di concludere il corteggiamento e il duello amoroso con il rozzo rivale, ma anche le caratteristiche tipiche dell'intreccio edipico, in questo caso arricchito da una morbosa nota omosessuale.
In questo punto fondamentale risiede il merito di Squirm che, pur nella modestia dei mezzi impiegati, costituisce un utile strumento di lettura del modello hitchockiano: laddove gli attacchi violenti degli uccelli altro non sono che gli sfoghi esplosivi del super-io materno, qui sono le aggressioni dei viscidi ed incazzati anellidi a materializzare le tensioni sessuali represse che morbosamente si agitano e si contorcono (in inglese: to squirm) sotto il moralismo dell'istituzione familiare, appena un centrimetro sotto il verde della campagna americana.
La cripta e l'incubo
Guida al cinema di Edgar Allan Poe

Quello in corso è di diritto l'anno di Edgar Allan Poe, l'anno nel quale si celebra il bicentenario della sua nascita. Perciò, a mo' di omaggio, inauguriamo questa piccola rubrica che si propone, senza pretesa di completezza, di fare da guida tra le centinaia di pellicole che si fregiano del suo nome. Dagli albori della settima arte fino ai nostri giorni; dai titoli più sinceramente e fedelmente ispirati alla sua opera, alle più bieche nefandezze che con Poe poco o nulla hanno da spartire.
E' curioso notare come grandissima parte di questa vasta produzione cinematografica, si riduca alla trasposizione di una piccola parte degli scritti di Poe, presi a modelli esemplari per le suggestioni che contengono e, molto più utilitaristicamente, perchè più adatti ad una riduzione su pellicola. Volendo stilare una classifica, ecco cosa ne uscirebbe:
The Tell-Tale Heart: 44 trasposizioni
The Black Cat: 22
The Fall of the House of Usher: 21
The Pit and the Pendulum: 18
The Masque of the Red Death: 15
The Cask of Amontillado: 14
The Murders in the Rue Morgue: 12
The System of Doctor Tarr and Professor Feather: 10
The Premature Burial: 8
William Wilson: 8
Persino le poesie hanno generato chilometri di pellicola:
The Raven: 17 trasposizioni
Annabel Lee: 10
Queste cifre sembrano certificare non solo l'enorme influenza che l'opera di Poe ha avuto sulle altre arti, ma un amore incondizionato del cinema per lo scrittore americano. Un amore che, come vedremo, gli ha riservato sinceri atti di devozione e vili tradimenti.
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Con il suo primo lavoro in digitale, Shinya Tsukamoto ci trascina nelle brumose e ctonie regioni dell'inconscio, per raccontarci, con una mirabile ellissi onirica, una storia di amore e morte.
Con un incipit kafkiano, che riamanda a taluni incubi claustrofobici del Poe più nero, ci ritroviamo sepolti vivi in una sorta di utero freddo e maligno, fatto di ferro e di cemento.
Senza memoria, senza passato, il dischiudersi spaesato di un occhio nell'oscurità sembra segnare l'attimo zero dell'esistenza umana, già carico delle crudeli promesse di dolore e morte.
In questo mediometraggio ritorna uno temi cari al regista di Tetsuo, cantore del coito tra la (nuova) carne ed il metallo (ma anche del rapporto conflittuale, cannibalico, tra uomo e metropoli), per colorarsi di inaspettate tinte metafisiche, nel suo mostrare - quasi beckettiano - l'impossibilità di dare un senso compiuto alla realtà.
L'uomo schiacciato nelle anguste intercapedini, incastrato contro tubi di metallo o chiodi acuminati, percosso da diabolici meccanismi di tortura, sperimenta la dolorosa necessità di vivere e di muoversi in un mondo infernale, diviso tra il sognante ritorno alle tiepide acque del brodo primordiale e la disperata ricerca di una via di fuga, di una nuova nascita.
Un unico flebile baluginio di speranza: l'altro.
L'amore, unico appiglio anche se incerto, transitorio, mortale, distruttivo.
Una mano stringe delicatamente l'altra, un uomo ed una donna guardano dalla finestra.
Il barlume di un ricordo amato. Fuochi d'artificio brillano al di sopra del paesaggio gelido.

Pubblicato l'8 giugno 1949, il celebre romanzo di Orwell compie oggi sessant'anni,
e dal giorno della sua prima apparizione non ha smesso di vendere, di stimolare riflessioni, di porsi come strumento di interpretazione del mondo attuale, nonostante abbia visto finire l'età della guerra fredda, la caduta del muro di Berlino e si appresti a superare anche l'era dei reality show.
Passano le stagioni, me resta comunque attuale.
Soprattutto nella sua naturale lettura politica: persino oggi, i recenti risultati delle consultazioni elettorali, disegnano per l'Europa un inquietante futuro dipinto di nero. E la continua evoluzione delle tecnologie materializza, nella concretezza fredda del metallo e del silicio, l'incubo del controllo che fu già raccontato da Aldous Huxley, e rinverdito da Ray Bradbury nel suo Fahrenheit 451.
Un controllo che qualcuno vuole spacciare per sicurezza.
E' interessante però la lettura che propone Tommaso Pincio in un suo articolo, notando come la descrizione che Orwell fa del Grande Fratello, richiami in modo inquietante, non solo personaggi passati tristemente alla storia (Hitler, ma anche Stalin) ma lo scrittore stesso: "Un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli"
Proprio mentre completava il suo romanzo, nel '48 (anno specularmente ribaltato in '84), Orwell compiva quarantacinque anni.
E le sue note biografiche, restituiscono una figura non priva di lati oscuri: un uomo passionale, capace di inaspettate bassezze, riservato e doppio nei rapporti personali fino al limite della mistificazione, fu responsabile anche della compilazione di una lista di giornalisti e scrittori "cripto-comunisti" ad uso del Foreign Office.

Una curiosa identificazione tra personaggio ed autore che pare voler suggerire e sottolineare quello che Orwell aveva anche scritto: la voglia di fascismo non muore mai del tutto, serpeggia dove meno te l'aspetti.
Sembra volerci ammonire sulla stessa natura umana, portatrice di un insopprimibile cuore nero, di un oscuro desiderio di potenza e prevaricazione dal quale nessuno può ritenersi immune.
(nelle foto: in alto George Orwell, in basso un'immagine tratta da "1984" di Michael Radford)