Se n'è andato in silenzio, nell'indifferenza generale, Florestano Vancini : regista libero e, per questo, scomodo. Lo ricordiamo riportando alcuni brani tratti da un' intervista.

«La politica di oggi mi annoia. Riesco a guardarla poco in tv, mi fermo sulle trasmissioni di Giuliano Ferrara, Gad Lerner, poi torno a immergermi nei miei libri. La politica di una volta era una fede, una missione, avevamo la verità in tasca, volevamo cambiare il mondo, credevamo di poter cancellare per sempre dall’economia la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, proprio come – pensavamo in buona fede – era avvenuto in Unione Sovietica. Guardavamo al comunismo realizzato come a un sogno, a quei Paesi come a un paradiso terrestre. Avevo diciott’anni, la tessera del partito clandestino, la voglia di lottare. Prestissimo, dopo la guerra, a Ferrara, mi dettero un incarico: diventai responsabile dei giovani. Riunioni di sette ore per non dire nulla, dovevamo stare seduti per assistere al rito. Non faceva per me. Cominciavano le prime delusioni, il distacco dalla Yugoslavia, Tito che dalla sera alla mattina diventava un nemico, non capivo e nessuno spiegava, diversamente dai miei compagni non ero capace di piangere per le morti di Stalin o Togliatti. Nel giro di pochi mesi, lascio. Ho conservato la tessera del Pci fino al 1956. Dopo Budapest non ce l’ho fatta più. Ma perché lei mi sta tirando fuori tutto questo? Non mi sono mai esposto in vita mia, sono stato sempre fuori dal giro dei cinematografari, sognavo di fare il regista con uno pseudonimo, speravo di essere dimenticato, e ora mi trovo qui a raccontare le amarezze, le ferite, i drammi che la politica mi ha fatto vivere. Lo sa che tutti i miei film sono risultati sgraditi al potere culturale? Ho parlato di guerra civile fra italiani, di errori/orrori del comunismo, di orrende stragi compiute in Sicilia dai garibaldini, ho cercato di mostrare la grandezza morale di Matteotti, al di là del suo omicidio. Andavo sempre a cercare gli episodi meno conosciuti della nostra storia, cercavo di mettere in luce l’altra faccia dell’eroismo ufficiale. Ho pagato molto, per questa scelta. Sono l’unico autore fuori da tutte le rassegne, fuori dai premi, lontano dai nastri d’argento, i miei film non sono mai previsti nelle serie vendute dai quotidiani. Ma non mi sento una vittima, anzi. Avrei dovuto fare lo storico, era quella la mia vera passione».
«Nato a Ferrara il 24 agosto 1926, nel 1966 fui praticamente cancellato per aver raccontato, in un film che si chiamava Le stagioni del nostro amore, le cose che ci dicevamo noi autori di sinistra la sera a cena. Un errore imperdonabile: avrei dovuto girarci intorno, usare le metafore. Dino De Laurentiis mi invitò: “Togli la politica, è una bella storia d’amore”. E invece scelsi come protagonista un giornalista comunista, deluso dal crollo dei suoi ideali. Goffredo Fofi definì il film “una buffonata”. L”Unità” mise la recensione, ultima di dodici, poche righe dopo un film di Franco e Ciccio. Gli altri, tutti, mi avvolsero in un silenzio assordante. Soltanto sette, otto anni fa, un mattino mi telefonò Furio Scarpelli, lo sceneggiatore che ha firmato con il povero Age tanti film di successo, per dirmi che la notte in tv l’aveva visto e che gli era piaciuto. Ho apprezzato quel gesto, ma poi gli ho chiesto: “Dunque, allora non l’avevi visto?”. In verità, ho capito dopo tanti anni che nessuno di loro era andato a vederlo»

«Nel 1943, a causa dell’armistizio e delle sue conseguenze, l’anno scolastico iniziò con un mese di ritardo, il 15 novembre. Era il mio primo giorno di scuola, come sempre attraversai Ferrara in bicicletta, quando vidi i morti, tutti borghesi e antifascisti, in piazza. Erano undici: quattro e quattro ai lati delle mura davanti alla farmacia, due sulle mura e uno più lontano, da solo, doveva essere un passante, fucilato per caso insieme agli altri. Una strage che ha segnato per sempre la mia vita. Tutti in città sapevano che erano stati gli italiani, le brigate nere, a compiere quella orrenda vendetta: conoscevo i morti, pensai che avrei dovuto raccontare, prima o poi, la verità su quella vicenda. Bassani scrisse una novella e allora mi decisi a cercare un produttore. Ma Goffredo Lombardo mi negò i soldi: “Fai vedere gli italiani che si sparano fra loro, chi altro lo sa? Non è meglio usare i tedeschi?”. In quegli anni, la Resistenza si raccontava così: italiani tutti patrioti e tedeschi tutti oppressori. Per produrre La lunga notte del 43, mi aiutò Mauro Bolognini, mandò il copione a Tonino Cervi e a Sandro Iacoboni».
Brani tratti da Registi d’Italia, Rizzoli, Milano, 2006
(nelle foto: Catherine Spaak ne "La calda vita")

Odio l'estate. Il caldo che fa da collante tra pelle e camicia. L'afa. Il sole. Sono fotofobico. Le spiagge affollate. Ascelle che si toccano. Sono misantropo. Cronico. E come potrei amare la folla bagnante, gaudente, se non prendo ferie da sei anni? E magari fosse solo questo.
Odio l'estate. E questa, già di per se infernale in quanto estate, ha superato tutte le previsioni. Ne esco letteralmente distrutto. Ma ci sono. Oh si che ci sono. E sono tornato.
(nella foto: Herbert West, il mio medico di famiglia )